Esaurimento nervoso o Neurastenia

stress-e-burnoutL’esaurimento nervoso (chiamato anche “neurastenia”) è una condizione caratterizzata da:

– sensazioni di stanchezza e fatica fisica costanti;
– nervosismo;
– instabilità emotiva;
– intenso bisogno di sonno;
– e ridotta tolleranza allo stress (a cui segue una diminuzione dei contatti con le altre persone, che ha lo scopo di ridurre al massimo le fonti di stress).

Spesso questi sintomi compaiono nel contesto di un altro disturbo (mentale o fisico) ma altre volte costituiscono un disturbo a sé stante. A volte l’esaurimento compare ed entro pochi giorni sparisce, per poi ripresentarsi dopo qualche tempo. Altre volte, se non viene curato, accompagna l’individuo quasi costantemente nella sua vita. Si manifesta specialmente nelle donne, con una frequenza diversa nelle varie fasce di età.

In passato si pensava che questa condizione consistesse in un “esaurimento delle energie nervose” conseguente o al fatto di vivere troppo spesso in situazioni fisicamente e/o mentalmente impegnative, oppure a una capacità di recupero psicofisico insufficiente. Oggi questo tipo di spiegazione è stato abbandonato perché si sa che le energie nervose non si esauriscono mai.

Si continua però a ritenere che questa condizione possa essere ricondotta a una reazione di stress troppo frequente e/o prolungata. Alcune persone potrebbero avere una costituzione più fragile ed essere più esposte delle altre a questo tipo di disturbi. Anche l’abuso di certe sostanze come il tabacco, gli alcolici, il caffè e alcuni farmaci possono portare alla comparsa di quadri sintomatologici di questo tipo. A volte, infine, questi sintomi sono le prime avvisaglie di malattie somatiche come, per esempio, tumori, malattie del sangue, del fegato, delle ghiandole endocrine. (altro…)

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Le ossessioni

Si dice che una persona ha delle “ossessioni” quando ha idee, pensieri, immagini mentali o impulsi che:

– si ripresentano insistentemente;
– giudica inaccettabili e insensati;
– riconosce come prodotti della propria mente;
– tenta di ignorare e allontanare in vari modi senza riuscirci.

Le ossessioni non sono affatto un fenomeno circoscritto a persone che soffrono di disturbi mentali, ma sono al contrario un’esperienza comune e frequente. Dall’80% al 95% delle persone le ha provate almeno una volta. Si considerano invece patologiche quando interferiscono molto con la vita quotidiana dell’individuo, ostacolandolo, per esempio, nel suo ruolo di studente, lavoratore o genitore; in questo caso si parla di disturbo ossessivo-compulsivo.

Sono collegate a stati di ansia, stress, solitudine e disforia “cattivo umore”. Più in particolare, quando si è ansiosi e sotto stress le ossessioni diventano più frequenti, mentre la disforia ne aumenta la persistenza ed è collegata con una riduzione della capacità di allontanare i contenuti mentali intrusivi sgradevoli e indesiderati e con una ridotta capacità di richiamare alla memoria ricordi con tonalità affettive serene e allegre.

Esistono alcuni temi ricorrenti nelle ossessioni, come i dubbi e gli scrupoli (per es., “Sarò riuscito a farmi capire?”), il bisogno di controllare a lungo e ripetutamente certe cose (per es., di avere chiuso bene il gas e le finestre di casa), l’idea del contagio e della contaminazione (per es., l’idea di avere contratto l’AIDS durante un rapporto sessuale non protetto) e gli impulsi considerati privi di senso o pericolosi o socialmente sconvenienti (per es., l’impulso di far male al proprio figlio). (altro…)

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Mobbing

Negli anni Ottanta il termine inglese mobbing (che letteralmente significa assalire in massa o affollasi intorno a qualcuno) è stato scelto dallo psicologo del lavoro Heinz Leymann per descrivere certe situazioni di violenza psicologica sul posto di lavoro. Da allora in poi per mobbing si intende un comportamento lavorativo ostile che può provocare vari disturbi, specialmente disturbi d’ansia, fra cui il disturbo post-traumatico da stress.

La definizione di Leymann è la seguente:

“Il mobbing o terrore psicologico sul posto di lavoro consiste in messaggi ostili e moralmente scorretti diretti sistematicamente da uno o più individui verso (in genere) un solo individuo, il quale, a causa del perpetuarsi di tali azioni, viene posto e mantenuto in una condizione di impotenza e incapacità di difendersi. Le azioni di mobbing si verificano molto frequentemente (secondo la definizione statistica almeno una volta alla settimana) e per un lungo periodo di tempo (secondo la definizione statistica per almeno sei mesi). A causa della frequenza elevata e della lunga durata del comportamento ostile, questo maltrattamento produce uno stato di considerevole sofferenza sul piano mentale, psicosomatico e sociale” (da, The Mobbing Encyclopaedia).

Gli autori delle azioni di mobbing (coloro che “mobbizzano”) vengono chiamati “mobber”, mentre la vittima viene detta “il mobbizzato”. L’italianizzazione del verbo inglese to mob, ormai entrata nel nostro lessico, è “mobbizzare”.

La definizione di Leymann viene commentata nella enciclopedia del mobbing (The Mobbing Encyclopaedia, nel modo seguente:

“La definizione non comprende i conflitti temporanei e si concentra sul punto di rottura in cui la situazione psicologica comincia a sfociare in condizioni di patologia psichiatrica o psicosomatica. In altre parole, la distinzione fra “conflitto” e “mobbing”, per chiarire meglio il concetto, non si concentra su cosa viene fatto o come viene fatto, ma piuttosto sulla frequenza e la durata di qualunque cosa commessa. Ciò richiama anche l’attenzione sul fatto che le ricerche di base condotte in Svezia si sono basate su concetti derivati dalla ricerca medica. Fondamentalmente, si è trattato di una linea di ricerca concentrata sullo stress somatico o mentale: quanto deve essere intenso il mobbing per provocare malattie mentali o psicosomatiche? Le ricerche intraprese si sono concentrate principalmente sullo stress mentale e fisico. Il lettore deve tenere presente che non mi sono occupato primariamente di ricerca psicologica comportamentale ma piuttosto di ricerca sullo stress mentale e psicosomatico di un certo tipo che insorge sul posto di lavoro, sui suoi risultati, sulle sue condizioni patologiche e sulle assenze per malattia da esso provocate”. (altro…)

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Psicoterapeuta percorso formativo

Secondo uno studio di EURISPES, a orientarsi verso questa specifica professione sono, solitamente, i giovani laureati in psicologia che al terzo anno di università hanno optato per gli indirizzi di laurea Clinico o Evolutivo o i laureati in medicina che hanno scelto la specializzazione in psichiatria. I possibili percorsi formativi per diventare psicoterapeuta sono riportati nella tabella seguente (Cionini, 1998)
Psicologia:
1. Scuola privata di specializzazione in psicoterapia, oppure
2. Scuola universitaria di specializzazione in:
– Psicologia clinica o
– Psicologia del ciclo di vita o
– Psicologia della salute.
Medicina e chirurgia:
1. Scuola privata di specializzazione in psicoterapia, oppure
2. Scuola universitaria di specializzazione in:
– Psichiatria o
– Neuropsichiatria o
– Neuropsichiatria infantile

Va comunque considerato che molti degli attuali psicoterapeuti hanno ottenuto questo titolo grazie alle sanatorie previste dall’articolo 35 della legge 56/89, secondo cui:
In deroga a quanto previsto dall’articolo 3, l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è consentito a coloro i quali o iscritti all’Ordine degli psicologi o medici iscritti all’Ordine dei medici e degli odontoiatri, laureati da almeno cinque anni, dichiarino, sotto la propria responsabilità, di aver acquisito una specifica formazione professionale in psicoterapia, documentandone il curriculum formativo con l’indicazione delle sedi, dei tempi e della durata, nonché il curriculum scientifico e professionale, documentando la preminenza e la continuità dell’esercizio della professione psicoterapeutica.
Così, molti degli attuali psicoterapeuti sono psicologi non laureati in psicologia (ma, per esempio, in lettere, medicina e chirurgia o filosofia) o medici con specializzazioni di vario tipo. (altro…)

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