Famiglie psicosomatiche

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Hilde Bruch (1988), psicoanalista, occupandosi di disturbi del comportamento alimentare, fu colpita dagli stretti legami che i propri pazienti avevano con i loro genitori. Queste relazioni erano disturbate e si ripercuotevano negativamente sulle capacità di crescita e di autonomia della persona malata.

“Il trattamento dei pazienti anoressici non si svolge in assenza di relazioni interpersonali. Al contrario, questi giovani sono strettamente avviluppati nel legame con i genitori e con la famiglia in genere. Superficialmente la relazione con i genitori sembra buona; in realtà è troppo stretta, troppo coinvolgente, senza la necessaria separazione e individuazione. Tale armonia, come viene descritta prima che la malattia giunga a manifestarsi, è ottenuta grazie all’eccessiva compiacenza del bambino. Qualche tempo dopo che la malattia si è manifestata, viene allo scoperto un’intensa ostilità. Diventa necessario modificare le interazioni familiari. Per i pazienti minori di quindici o di sedici anni la terapia della famiglia sembra un mezzo efficace per risolvere i problemi. Tuttavia la terapia familiare non è più sufficiente quando la malattia è manifesta già da tempo, o quando il paziente è abbastanza adulto da poter lasciare la famiglia. In tali casi, il paziente ha bisogno di un aiuto personale e individuale, che gli permetta di sviluppare le capacità necessarie a condurre una vita autonoma, da individuo che ha rispetto di sé, che è capace di autogestirsi” (Bruch, 1988, 4)

Pur riconoscendo l’efficacia, in alcuni casi, di una terapia familiare, la Bruch rimase comunque interessata non tanto alle relazioni in quanto tali, ma piuttosto alle rappresentazioni di esse nel mondo interno del paziente.

Mara Selvini Palazzoni, una psicoterapeuta infantile che si è dedicata allo studio dell’anoressia, individuò nelle famiglie di pazienti anoressiche alcune caratteristiche fondamentali:

  • la tendenza a rifiutare quello che viene comunicato dagli altri familiari;
  • la difficoltà di ognuno a ricoprire il ruolo di leader;
  • la proibizione di ogni alleanza;
  • l’incapacità di assumersi responsabilità di ciò che avviene in famiglia.

In questa prospettiva, il sintomo dell’anoressia diventa l’espressione coerente dello stile comunicativo familiare. I genitori negano il bisogno di autonomia della figlia proponendosi come coloro che la nutrono; la figlia li rifiuta proibendosi il cibo e acquisendo una posizione di superiorità nella relazione.

In questo modo la paziente anoressica contribuisce a mantenere il gioco familiare. Quando essa, in seguito al trattamento, abbandona il comportamento problematico, anche la famiglia, in modo circolare, comincia a funzionare diversamente.

Articolo pubblicato dalla Dr.ssa Sara Breschi,

Psicologa e Psicoterapeuta